Foto di gruppo
- Cascina Barbàn

- 9 nov 2025
- Tempo di lettura: 2 min

Una foto di gruppo di qualche anno fa, ritrae il Muetto, il Cortese, la Napoletana, il Nibiò, la Verdeca, il Ciliegiolo, e sotto, ancora, il Moscato d’Amburgo, la Barbera, il Timorasso, e laFavorita, insieme.
Una società mista, convivente, in pace.
Una popolazione cromatica imprevedibile, che sfugge ai calcoli, che muta di anno in anno, che cambia le combinazioni e vira di tonalità in maniera micrometrica.
Questa misticanza di colori, di forme, di acidità e aromi, del tutto ingovernabile nel suo insieme, è, per noi, una sorta di manifestazione divina.
Un fenomeno immenso e inafferrabile, fuori dalla nostra portata, per il quale lavoriamo tutto l’anno, tutti gli anni.
Se, presi da attacco di “capitalismo”, ci venisse voglia di riprodurre tutti gli anni, una certa condizione di colori, sapori e forme, verificatasi in una determinata annata, ci accorgeremmo ben presto, che sarebbe un’operazione impraticabile; sarebbero troppe le variabili, i livelli da gestire, le cose prevedere, per poter avere tutto sotto controllo e raggiungere l’obiettivo; l’andamento climatico annuale, la salute di ogni singola pianta, il tipo e la quantità di concimazione, la pressione fungina della stagione e altre cose ancora che sicuramente mi sfuggono.
Guardo questa cassetta, questi acini, che se ne fottono della guerra, che stanno insieme, e si fanno fotografare.
Penso: la convivenza è possibile, se ci riescono le piante, possiamo farcela anche noi.
Invece non ci riusciamo.
In questi vent’anni di “militanza” in orti, boschi e vigne, ho scoperto che la vita nei campi, diventa scuola per la vita fuori dai campi.
La tolleranza, l’accoglienza, l’attesa, e, soprattutto, la capacità di vedere il mondo come un organismo misto ed estremamente complesso, sono alcune cose che ho imparato tra le piante, dalle piante.
Alcuni orti, vigne e cantine, sono metafore o succursali, di un paese, una città, un continente. “Strutture scolastiche” che ci insegnano a pensare misto, a contemplare la diversità in ogni ambito, in ogni pensiero, come qualcosa di estremamente semplice e ovvio.
In un mondo che ci spinge a rimpicciolirci, a diventare individui omologati, omologanti, ipercostanti, controllabili, come fossimo prodotti industriali, elettrodomestici, software, come facessimo parte di un business plan, in una società che esige soggetti iperspecializzati ma che spesso, fanno fatica ad unire i punti, la campagna ci insegna il pluralismo.
Ivan Illich in Descolarizzare la società paragonava l'iperspecializzazione alla "degradazione" delle esistenze in una società sempre più meccanizzata e mercificata e criticava radicalmente la scuola tradizionale, definendola una struttura di indottrinamento che frammenta il sapere in discipline isolate e crea una gerarchia unidirezionale tra insegnante e studente.
Noi siamo biodiversità, e abbiamo diritto di stare al mondo esattamente come una formica. Non siamo gli unici, non siamoi migliori, non siamoi più evoluti. Siamo una specie tra le altre e viviamo dentro ad una cassetta che più passail tempo e più diventa più monotona, lineare, omogenea, moribonda. Ma non tutto è perduto, tra un grattacielo, un raccordo autostradale, e una grande piazza di un centro commerciale, resiste la Friche, di cui scriveva Gill Clement, il selvatico, il posto in cui imparare a vivere.
M.C.
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